7 punti contro Gehry

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Jonatham Lethem, autore della "Fortezza della Solitudine", opera letteraria in cui la fiction abbraccia le vicende storiche legate al drammatico sconvolgimento sociale e demografico del quartiere di Brooklyn, a New York, (vedi alla voce: Gentrification), ha scritto di recente una lettera pubblica sul giornale online Slate a Frank "Bilbao" Gehry, accusando l’architetto di aver realizzato - per quanto ancora sulla carta - un piano fuori-scala, fuori-sede, fuori-di-testa di ben 16 (!) torri, in grado di stravolgere la qualità della vita nel quartiere newyorkese, - vale a dire quella che ancora fragilmente permane -.

Lungi dal voler perpetuare una trita polemica, riciclante tratti stereotipati e retorici già in precedenza giunti alle orecchie del profeta dell’architettura contemporanea, la lettera si indirizza presto verso una dura argomentazione in sette punti ben circostanziati, corrispondenti ad altrettante domande non ancora soddisfatte dalle risposte del destinatario.

Per la lettura completa dell’affascinante J’accuse, premessa di una prolungata azione sul campo, rimando a Slate. Qui mi limiterò a evidenziarne i tratti salienti, dando un assaggio di come si scrive un moderno pamphlet:

PREMESSA: "Your presence is intended to appease cultural tastemakers who might otherwise, correctly, recognize this atrocious plan for what it is, just as the notion of a basketball arena itself is a Trojan horse for the real plan: building a skyline suitable to some Sunbelt boomtown. I’ve been struggling to understand how someone of your sensibilities can have drifted into such an unfortunate alliance, with such potentially disastrous results. And so, I’d like to address you as one artist to another. Really, as one citizen to another. Here are some things I’d hope you’ll consider before this project advances any further."

1. FUORI SCALA"Guess what? It’s a huge mistake—emphasis on the huge."

2. DISONESTA’  DEI PROMOTORI RISPETTO AI CITTADINI: "Let me begin with the now-legendary brochure that Brooklynites found in their mailboxes two months ago; evidence of bad faith couldn’t be more vivid."

3. REPUTAZIONE PESSIMA DELL’ARCHITETTO-PARTNER
: (già realizzatore a Brooklyn): "After all, it’s these dim, soul-crushing buildings that created such distrust in Brooklynites in the first place."

4. UNA POLITICA SENZA VINCITORI NE’ VINTI: "We’re simply dead-set against the present calamity-in-progress to which you’ve mortgaged your credibility."

5. 100% PRIVATO, 0% PUBBLICO: "In fact, in the present scheme, publicly owned resources—i.e., the demapped streets and an active rail yard—are here being converted into private property: commonwealth in reverse."

6. DISPREZZO PER IL CONTESTO: "Your proposal would both dwarf and block sight of the (Saving Banks) tower, the rough equivalent of erecting a new World Trade Center within a block or two of the Chrysler Building."

7. EGO TRIP: "When unveiling the latest, you explained the appearance of the spearhead tower, which you’ve named "Miss Brooklyn" (spurring the inevitable quip, We’ll miss it, all right). (…) Anyway, is Miss Brooklyn really good enough—as opposed to merely big enough—to be your ego trip? To my unschooled eye, these buildings have emerged pre-botched by compromise, swollen with expediency and profit-seeking."

CONCLUSIONE: "At a public seminar sponsored by the New York Times this January, you found yourself faced by surprise questions from an audience including Brooklynites who, denied any proper public venue by the Ratner process, wanted to know how you felt about resistance to the project. The tone of your remark that day suggests you were weighing the question honestly: "If I think it got out of whack with my own principles, I’d walk away." I can only hope that what was once perhaps just a seed has grown. For I’m positive that is exactly what you should do, Mr. Gehry. Walk away."

Via: Urban Cartography

you are monitored

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Vigilance 1.0, opera dell’artista Martin Le Chevallier, è un videogame sul tema della video-sorveglianza in cui il giocatore agisce di fronte a una serie di schermate: i contesti visualizzati sono scenari in cui di continuo vengono commessi reati.

L’ossessione per la sicurezza che porta la popolazione a essere sorvegliata attraverso telecamere in qualsiasi luogo, è un tema con il quale gli artisti contemporanei si sono confrontati ormai da tempo: da Bruce Nauman  ("Video Surveillance Piece" Public Room, Private Room, 1969 – 1970) a Dan Graham ( "Time Delay Room I", 1974), a Sophie Calle ("Unfinished" 2003) per citarne alcuni.

Rendere questo tema il motivo di un videogioco fa sì che il coinvolgimento nell’opera da parte dello spettatore (trasformato in utente) sia molto intenso. Per aumentare il punteggio bisogna infatti vigilare su tutti i crimini visualizzati negli schermi e segnalarli, divenendo così "complici" della società "iper-controllata" che l’artista stesso, attraverso il gioco, programmaticamente denuncia. 

download Vigilance 1.0 PC,
download Vigilance 1.0 Mac

vedi anche: ctrl[space] : Rhetorics of Surveillance - esposizione allo ZKM di Karlruhe (2001-2002)

via: VVORK

quarto di secolo

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Ho appena scoperto che il personal computer ha la mia stessa età: 25 anni.
Però io appaio più giovane, almeno quando mi taglio la barba.

Slow change

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La stessa ragazza >> un ritratto al giorno per tre anni >> un film.

Via: information aesthetics

here comes the wooster

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Il termine street art, in particolar modo per i non addetti ai lavori, può riferirsi a qualsiasi forma di arte "illegale" realizzata in spazi pubblici. Sempre più spesso, tuttavia, con questa espressione si vogliono distinguere vere e proprie opere di design artistico, dai graffiti ormai tradizionalmente visibili sui muri delle stazioni metropolitane, oltre che dall’accusa frequente di avere natura di atti vandalici.

Pingmag.jp ha pubblicato sul web una recente intervista ai Wooster Collective, due newyorkesi che da anni documentano online i migliori lavori effimeri apparsi nelle strade del mondo, registrando circa 100.000 visite al giorno.
Il discorso è centrato inzialmente su artisti e opere preferiti: da David Choe con il suo "A day in the life", passando per gli inumani stencil cutting demo di Logan Hicks, fino a vere e propre sculture di strada come quelle di Mark Jenkins:


  (clicca sopra le immagini per vedere come sono realizzate)

… per poi affrontare argomenti generali sulla street art, dalla sua possibile definizione ai limiti che comporta un’esposizione così massiccia.

"Do you worry that street art will lose relevancy through mass exposure?

Yes, and no. It will lose some of it’s power, but people will constantly be hitting the streets doing new things. It will morph into something new. And this is exciting"

Naturalmente su Wooster Collective compare anche il nostro Sten, che gli amici romani avranno imparato ad apprezzare per i suoi lavori lungo le vie di San Lorenzo e di altri quartieri della capitale.
E altrettando imprescindibile è il lavoro di Bansky, tanto celebre da produrre un aumento dei prezzi delle case nel quartiere di Londra in cui opera.

Qui: due fra i suoi ultimi lavori, sul (vergognoso) muro che separa Israele dalla Palestina:

(not so) greyworld!

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Nello spiazzo di fronte al Junction Theatre di Cambridge ci sono cinque secchi per la spazzatura e quattro panchine; fin qui niente da notare, un arredo urbano comune per uno spazio pubblico di piccole dimensioni. Forse fa una differenza pensare che ognuna di queste panchine e ogni cestino possa "decidere" di fare qualcosa di inaspettato. Ad esempio una seduta può spostarsi sotto un albero in attesa di qualcuno che la occupi, i cestini raggiungere insieme il luogo dove vengono svuotati e mettersi improvvisamente a cantare.

Greyworld, gli autori di questa installazione, giocano da anni sulle possibilità di "attivare" spazi pubblici inanimati spingendo i passanti a soffermarsi su luoghi inosservati della città; per farlo, si servono di tecnologie che rendono dinamici elementi normalmente immobili: gli spazi di passaggio divengono luoghi di accadimento (ad esempio la fermata dell’autobus nella quale una voce femminile canta citando i colori dei vestiti di chi aspetta ), oppure i passanti vengono coinvolti direttamente nell’arredo degli spazi che attraversano (in Street dots, alcune telecamere riprendono le persone e ne riproducono le silhouettes su schermi) .
Questo gruppo di artisti dimostra da tempo che gli spazi urbani possono essere divertenti, interessanti e aperti ad una continua interazione, e non lo scontato scenario di monumenti più o meno retorici.

The benches love to be sat on, and they often take up position in new spaces to make themselves more attractive to potential human sitters. Sometimes, when it rains, they move themselves to drier, shadier areas of the square. To attract potential human sitting folk, they like to form patterns - the benches moving in to shapes in the centre of the piazza.

The bins are a little more solitary. It’s a tough life being a bin, and they like to contemplate their humble lot on their own.

When the mood takes them, the surniture like to burst in to song. Sometimes, small clusters gather together and sing a tight six-part harmony, and occasionally, though much more rarely due to their shyness, the bins join in with their sweet soprano voices.

Each bench drifts slowly around the square, no faster than a strolling human, and is equipped with sensors that detect the presence of objects in its immediate vicinity, coming to a complete halt when any object is coming close.

Via We-Make-Money-Not-Art

Backwards in Time Fountain

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Chi al massimo, appendendo un quadro, soddisfa pienamente la propria vena creativa, lasci perdere. Chi, invece, letto questo articolo, sentirà il bisogno di scendere in cantina, sedersi di fronte al tavolo da lavoro e smontare il vecchio tosaerba per convertirlo in un maestoso go-cart: beh è il caso che dia uno sguardo a Make Magazine, la bibbia in progress del fai da te avanzato.
Le creazioni dei lettori sono quasi sempre interessanti, spesso intelligenti, non di rado sfiorano la genialità.

Ma pochi sono in grado di andare oltre e realizzare oggetti unici, definitivi, quasi commoventi, come questa Time fountain:

 

"I suppose it might be called a "Backwards in Time Fountain" or a "Time Manipulation Fountain" but I figured those titles would be a bit long. Using an old battery-powered small fountain as a base, drops are pumped through a brass tube, falling out of the end at a very regular interval. A microcontroller coordinates the speed of the pump and the strobe rate of the LEDs." Nathan di Cre.ations.net

tra pixel e clorofilla

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Effettivamente, di interferenze si tratta.
Non collaborazione, confronto, adattamento: è l’interferenza tra ambiente naturale, cultura gastronomica e cultura digitale,  al centro del festival omonimo di suoni, arti visive e nuovi media, tenutosi per tre giorni nello scenario surreale dei boschi della valle caudina, presso Benevento.

Insieme al programma 2006 che comprendeva seminari, installazioni e performance video e audio, avevano luogo sedute gastronomiche collettive, perfettamente coerenti con la ricerca più avanzata che si svolgeva accanto. Le onde sinuisoidali emesse della Sinewave orchestra e dalle uova soniche distribuite al pubblico, gli spigolosi suoni provenienti dal palco Cage, i video dei Semiconductor, Ralf Schreiber e i suoi workshop di creazione di piccoli robot a energia solare, le performance di Emi Maeda, AGF o Vladislav Delay, omaggiavano, per le menti aperte e disponibili del pubblico locale, il gusto vario delle pietanze offerte; mentre suoni e luci si insinuavano tra le cortecce secolari degli alberi, alimentando un territorio semi-incontaminato, il bosco diventava un’isola privata e pubblica allo stesso tempo. Naturalis electronica.

dopocena a base di onde sinuisoidali, durante la performance della giapponese Sinewave Orchestra.

Una sperimentazione così libera ma senza sbavature, mediante l’uso di software quali jitter e maja, max/msp, linguaggi tipo processing e altro, in un tale contesto, svincola sempre più la cultura digitale da uno dei luoghi comuni che più tenacemente le si accompagna, quello della sua presunta freddezza.
Se oggi è sempre più frequente la conversione di strumenti elettronici e informatici in veicoli di espressione delle emozioni personali e di supporto alle relazioni sociali, Interferenze dimostra (sin dall’abstract), che è ormai possibile riannodare i legami, scioltisi nel tempo, tra mondo tecnologico, urbanizzato e inorganico, e territorio rurale, arcaico e organico.

Detto altrimenti: tra pixel e clorofilla, appunto.
All’anno prossimo.

vedi anche:

Neural.it
Valentina Tanni

comunic-azione

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Questo blog si prende un concentrato di ferie insieme all’autore. Ci si "vede" nei prossimi giorni!

socialize through virtual building

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Ne avevo già sentito parlare all’inizio, (nel 2004), e come mi capita spesso con qualche progetto collettivo, mi ero ripromesso di parteciparvi, per poi far irrimediabilmente ricadere tali desideri nel limbo del dimenticatoio. E adesso che si è concluso, ed è stato addirittura pubblicato su At the edge of art, capisco di aver fallito un’altra opportunità di arricchire i miei rapporti comunitari online.
Si tratta dell’edificio virtuale più alto del mondo, o Tallest Virtual Building: realizzato con pixel invece che mattoni, e cresciuto sulla base di un template - piano per piano - dagli stessi residenti. Ora si è concluso e un’antenna per telecomunicazioni  troneggia su un’infinità di piani - situazioni deliranti.
Ah, quanto mi piacerebbe visitare il piano panino…

Via: We-Make-Money-Not-Art

trucchetti antitachicardia

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Un tempo c’era la boss key, a salvarti il posto di lavoro, oggi il ben più sofisticato workfriendly; ma la sostanza rimane la stessa: sei al lavoro, è ancora presto per la pausa pranzo e hai un mucchio di pratiche da sbrigare: una condizione ideale per aprire di nascosto un bel browser internet e mettersi a leggere il blog preferito, o la posta, o …
Inevitabilmente, per via di certe misteriose radiazioni telecinetiche emanate dall’impiegato colpevole, arriva il capo. Che fare? Beh, con la "boss key" era semplice: il tasso di adrenalina schizzava a livelli insostenibili, ma se eri ancora in grado di pigiare Space, scomparivano d’incanto le finestre del browser e il tuo posto era salvo. Con il nuovo "workfriendly" invece, non passi più il pericolo di  un’improvvisa tachicardia perché tanto stai leggendo il blog preferito all’interno di una (del tutto innocente) finestra di Word 2003.
Ah dimenticavo, sei il commesso di un supermercato: che ci fai davanti a Word? Va’ a raccogliere quelle casse, va’.

Rianimazione culturale

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Ovvero: il mio caro amico Helzapoppin’ e la beneamata fondazione Foodstock stanno "forgiando" un mondo migliore.  Questa gente lo conquisterà, il mondo. O viceversa.

Update: la conquista del mondo è rinviata a data da destinarsi. Aspettiamo trepidanti.

Mood = Self indulgent

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autobiografia urbana

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Da Aprile fino a fine Luglio, ha avuto luogo in quel di Philadelphia, un interessante esperimento collettivo.
The Autobiography Project, questo è il nome, è il progetto nato dall’idea di invitare i residenti a scrivere di sé stessi in 300 parole o meno. L’iniziativa ha avuto un ottimo successo: anche grazie al supporto dei community writing workshops, circa 340 storie sono pervenute dopo le sei settimane previste per l’elaborazione; i venti testi considerati migliori da una giuria di scrittori e personalità locali sono stati singolarmente stampati come poster, con tanto di foto degli autori, e poi installati in altrettante pensiline per gli autobus. Un’ottima iniziativa di integrazione sociale per una città divisa al suo interno e fortemente ghettizzata.

l’articolo su World Changing
Via BLDG BLOG

Pikapika: presto sulle nostre spiagge

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Questo è ciò che si può realizzare con una videocamera, una luce e un’eccezionale scioltezza nei movimenti. E pensare che i giocolieri col fuoco da lungomare mi sembravano inarrivabili. Qui

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