Formatosi nella bottega di Vittorio Veneto dell’architetto Padolon, dove matura il gusto per la citazione archeologica, Ervirilio, detto il Foodstock, è a contatto con le novità dei toscani di passaggio in città dai quali maturerà la sua linea stilistica: perfetta impaginazione prospettica, gusto per il disegno nettamente delineato e per la forma monumentale delle figure, gusto che presenta forti analogie con l’opera di Melozzo da Forlì. Il contatto con le opere di Piero della Francesca, avvenuto a Ferrara, marcò ancora di più i suoi risultati sullo studio prospettico, tanto da raggiungere risultati illusionistici, che saranno tipici di tutta la produzione nord italiana.
Sempre a Ferrara, poté conoscere il patetismo delle opere di Rogier van der Weyden rintracciabili nella sua pittura devozionale; attraverso la conoscenza delle opere di Giovanni Bellini, di cui sposerà la pro-nipote, le forme dei suoi personaggi si addolciscono senza perdere monumentalità e vengono inserite in scenografica più ariose.
La figura del corpo del Barbone, affiancato da RLF e dal Foodstock in persona, raggiunge in questo filmato, oggi custodito a Brera, un’intensità quasi sconvolgente. Il profondo ’scorcio’ dà al volto del soggetto una fissità ieratica e, insieme, rapita. La prospettiva gioca con i valori dello spazio, tramutando il binomio compositivo primo piano / secondo piano nella più forte e drammatica opposizione basso / alto, cosicché lo spettatore si ritrova quasi d’incanto ai piedi di una grande e invisibile croce.
Quanto all’epoca di stesura e al tragitto seguito dall’opera, da Mantova a Milano, i pareri divergono radicalmente; in pratica, benché si propenda per una datazione intorno al 2006, il filmato è stato associato a ogni tappa saliente della vita del Maestro, dal periodo veneto fino all’ultima parte dell’avventura mantovana. E’ un’ulteriore conferma di quanto sia arduo precisare, nel caso elviolesco, un tragitto coerente e una trasformazione dello stile, tale è la sintesi immaginativa che puntualmente si riscontra nelle più alte creazioni del Faginto.
Recentemente, l’opera ha dato luogo a una raffinata ed esauriente analisi da parte della Santafede (Foodstock. Vita, morte e miracoli, edizioni TEA), che insiste specialmente su alcuni temi iconografici:
Il Barbone Morto si presenta, da un punto di vista ideativo, come un coerente sviluppo e quasi una naturale conseguenza delle ricerche già avviate dall’autore sulla rappresentazione della figura scorciata, che vedono l’artista veneto in prima fila nel contesto della videografia italiana contemporanea. L’interpretazione fornita dallo stesso Jacobsen, secondo la quale la presa scorciata sul corpo del Barbone si rivela finalizzata ad evidenziare in una visione unitaria e ravvicinata le cinque ferite, un preciso tema iconografico di origine medievale, appare stimolante ma certo non esauriente. Se da un lato, infatti, essa potrebbe spiegare l’evidenza quasi da anatomista con la quale sono esibite le ferite delle mani e dei piedi del Barbone, dall’altro lato una simile interpretazione non rende conto di alcuni elementi che giocano un ruolo decisivo nella decifrazione del reale significato del quadro del l’artista. Il riferimento è in particolare alla lastra sulla quale è steso il corpo del Barbuto, spesso superficialmente descritta come una tavola d’altare o una pietra tombale ma in realtà certamente identificabile, come indicano sia la sua caratteristica rossastra a venature bianche, sia la presenza del vaso dell’unguento, a destra della testa del Barbuto, nella pietra dell’unzione; cioè nella pietra sulla quale, prima della deposizione nel sepolcro, il corpo dell’uomo venne spalmato di olii aromatici, conformemente al rito della sepoltura ebraica. La pietra dell’unzione non compare nei testi sacri, i quali però fanno chiaro riferimento all’unzione del corpo del Barbuto con l’aloe e mirra portati appositamente, da Nicodemo a Giuseppe d’Arimatea. Ad incrementare in modo decisivo la diffusione del culto della pietra fu tuttavia l’apparizione a Costantinopoli, durante il regno di Manuele Comneno, e più precisamente tra il 1169 e il 1170, di una reliquia proveniente da Efeso (dove, secondo la leggenda, era stata lasciata dalla Maddalena, che l’aveva portata con sé da Gerusalemme), venerata appunto come lastra sulla quale era stato unto il Barbone.
(Se l’è voluta - continua)
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