E’ dunque il 1963 per Pasolini il momento maturo per interrogare questo nostro giovane paese su erotismo e sessualità; il momento per tastare il polso ad un’Italia ancora frammentata per livello sociale, per lingua, per morale e spiritualità;  dinamica e preindustrializzata al Nord, arcaica al sud.
Mi ritrovo in una di queste sere di ritorno dal lavoro a guardare stupito "Comizi d’amore", un film-inchiesta, dunque, un documento di ricerca che si rivela sottilmente ma esplicitamente pedagogico, lontano da una sterile prerogativa sociologica e sempre sostenuto da una passione combattiva che in quegli anni costituiva la cifra lirica del poeta.
Pasolini intervista un’Italia statistica borghese e agricola, abbiente e povera,  qualche viso noto per una massa di anonimi pedoni della vita, alla ricerca di un punto medio in cui possa confluire il ritratto di un paese ancora debolmente teso verso una propria individualità, stretto allo spasimo dai condizionamenti cattolici e da sovrastrutture repressive.

Pasolini interroga e si interroga, il suo parlato mite sfiora visi plasmati da mode andate o da condizioni secolari, si adatta all’interlocutore ma esige opinioni sincere con violenza temperata.  Amore e erotismo, omosessualità e prostituzione sono inusuali argomenti di discussione, e i gruppi di fronte alla telecamera auto-selezionano, inconsciamente, portavoci popolari, rappresentanti del portato sociale di un discorso condiviso.
Ciò che traspare è l’immagine di una (piccola e media) borghesia ipocrita, che si esprime attraverso luoghi comuni, che arretra di fronte al confronto su un tema di cui crede "vergognosa" qualsiasi opinione. Ma traspare anche una certa spontaneità delle classi più povere, degli agricoltori calabresi, dei bambini ancora non interamente assorbiti dai condizionamenti: "Treccine", come la nomina affettuosamente il regista, appare il più sincero e moderno interlocutore.

E in questa metafisica del banale e del medio, improvvisamente spicca un Ungaretti piegato dall’età,  il viso scavato dalle rughe, la voce stentorea, la profondità di un pensiero che supera il suo essere mortale:

PASOLINI   Ungaretti, secondo lei esiste la normalità e la anormalità sessuale?
GIUSEPPE UNGARETTI   Eh… senta, ogni uomo è fatto in un modo diverso… dico nella sua struttura fisica è fatto in un modo diverso, fatto anche in un modo diverso nella sua combinazione spirituale, no… quindi tutti gli uomini sono a loro modo anormali, tutti gli uomini sono in un certo senso in contrasto con la natura, e questo sino dal primo momento… sino dal primo momento: l’atto di civiltà, che è un atto di prepotenza umana sulla natura, è un atto contro natura.
PASOLINI   Sono molto indiscreto se le chiedo di dirmi qualcosa a proposito di norma, di trasgressioni della norma, sulla sua esperienza intima, personale?
UNGARETTI   Beh… io personalmente, che cosa vuole, io personalmente sono un uomo, sono un poeta… quindi incomincio con trasgredire tutte le leggi facendo della poesia… Ora sono vecchio e allora non rispetto più che le leggi della vecchiaia, che purtroppo sono le leggi della morte.

(da pasolini.net).

E’ spontaneo chiedersi che fine ha fatto questa Italia del ‘63 in cui Ungaretti è l’eccezione. Chi proverebbe vergogna a rispondere a domande del genere? Chi oserebbe affermare oggi che la donna dovrebbe essere "Non completamente, solo appena appena inferiore all’uomo"? 
L’ignoranza e la reticenza nelle risposte, sembrano avere trovato altri luoghi in cui nidificare, eppure la donna è inferiore nel lavoro e nel ruolo sociale, all’uomo;  l’omosessualità è ancora per molti, fuori dai centri cittadini in cui viene sfruttata commercialmente, fonte di vergogna ed esclusione sociale; la stessa sessualità esce dalla falsa protezione della vergogna per entrare nella sua ancor più conformistica mercificazione, le più floride organizzazioni cattoliche giovanili propugnano oggi valori bigotti e anacronistici.

E mi domando, preoccupato, se in fondo non sia cambiato poi un granché.