(nota: per “Oscar” intendiamo ovviamente quello per il miglior film straniero, premio che gli americani evidentemente considerano un’estensione “culturale” del piano Marshall):

1) Individuate un contesto storico duro, meglio se apparentemente superato, meglio ancora se si tratta di un regime totalitario, perfetto se comunista. (”I vecchi nemici non si scordano mai”, disse lo yankee).

2) Distinguete i personaggi in due comode categorie + bonus: buonissimi / cattivissimi + redenti . Il vostro protagonista nascerà cattivissimo per svelarsi santo solo alla fine.

3) Firmate soggetto e sceneggiatura. Con una X. (questa è di Luttazzi, ma ci sembra appropriata).

4) Studiate a fondo la ricerca fotografica e registica dietro la prima serie di Derrick. In particolare individuate e copiate quell’onnipresente patina grigino-beige che caratterizza tutto: dalle automobili, agli intonaci, ai visi delle persone.

6) Scritturate un sosia di Steven Seagal in grado di mantenere la stessa espressione per tutto il film.

6) Dilatate una storia improbabile di cinque minuti per un totale di più di due ore, spruzzando qua un po’ di sesso, là un po’ di curiosità storiche che colpiscono e turbano e infine un po’ di scene pulp per risvegliare il pubblico dal torpore.

Bene, avete realizzato “Le vite degli altri“: film noioso, inconsistente, subdolamente moralista. Pessimo. E questi sono gli aspetti positivi. L’Oscar è nelle vostre mani.