Che nel 2007 l’Osservatore Romano paragoni la satira ad un atto di terrorismo è purtroppo nell’ordine delle cose, del clima di scontro dialettico che la Chiesa intende promuovere e delle reazioni violente che suscita. La denuncia dal palco del Primo Maggio fatta da tal Rivera - e accolta con entusiasmo catartico dalla folla - è, a mio parere, del tutto legittima, prima di tutto perché si riferisce a fatti storici definiti come le benedizioni ai funerali di Pinochet e Franco. Di conseguenza le reazioni suscitate appaiono vergognose, sia dal lato dell’editoriale sull’Osservatore, che da quello ipocritamente pilatesco della rappresentanza politica. Anche se si può comprendere la volontà di Prodi di placare gli animi su polemiche evitabili, le reazioni della Chiesa sono atti di ingerenza politica e come tali - con fermezza - andrebbero affrontati.

Inoltre fa male vedere sempre più accomunati lo sfottò di bassa lega (quello del Bagaglino, di Striscia, delle Iene) e la lunga tradizione della satira. Se uno è frutto di una matrice reazionaria, e in quanto tale, legato al potere da un vincolo di mutua convenienza, l’altra è storicamente libera, irriverente e colta, anche e soprattutto quando fa uso dell’immaginario grottesco, troppo spesso confuso con (e accusato di) la volgarità. Valga per tutti l’esempio di Rabelais o Sterne.

La satira da sempre si occupa di quattro temi: sesso, religione, politica e morte, da Aristofane, passando per Lenny Bruce, fino al nostrano Male, (di cui segnalo una recente rilettura di Vincino curata da Rizzoli) e intorno a questi si è costituito come valore civile prima ancora che culturale. La satira andrebbe difesa da parte di ogni società che si professi democratica. Altro che terrorismo.