Insetti

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Che si sa: i blog sono figliastri esigenti, da alimentare continuamente, li trascuri un po’ e ti manca la voglia di ricominciare e cose e fatti da scrivere e il tempo e poi aspetti la domenica per un articolessa-fiume e la montagna partorisce invece un post-topolino tutto link; ma va bene così, alla fine.

Mentre inkiostro scrive un gran post dei suoi circa mancanza di motivazioni e ipotesi di prepensionamento dalla blogosfera, crolla un caposaldo della mia infanzia, repentino come il muro di Berlino: pare che la Nintendo abbia rubato il tema musicale di Super Mario Bros da una canzone scritta sei anni prima. Fortuna che viene prontamente in soccorso il gelido clima sovietico anni ‘80 di Tetris: From Russia with Love, da gustarsi a letto su un bell’Horse head pillow: d’altra parte, la vendetta va servita fredda. E quando arriva il freddo arriva l’influenza, i sintomi qui dalle parti di Socks parlano chiaro: siamo tutti irrimediabilmente affetti dalla Design Desease; i casi più lievi esprimono interesse per l’Evolution of the speechballons, ma solo i malati cronici potrebbero passare pomeriggi di puro godimento visivo tra vecchie stampe di fiere, carrozze e insetti dai tipi di Bibliodyssey. E voi, vi piacciono gli insetti?

Coincidenze mozzafiato

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1) Leggi: La Repubblica, oggi, Venerdì 24 novembre 2006, (articoletto a pagina 30)

2) Ricorda: Socks, Sabato 19 agosto 2006 

3) Concludi: (clicca per ingrandire) Statcounter, Visitor Paths:

torre dei venti Vs. torre de’ noantri

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Wind Tower - Yokohama, 1986                  Gazometro illuminato - Roma 2006

TXTual healing

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Un progetto molto semplice, ma estremamente efficace e interessante, che lavora sull’idea di un’arte "interattiva" in cui il pubblico realmente conferisce all’opera una sua direzione imprevista.

Delle grandi nuvolette (quelle dei fumetti, per intenderci) vengono proiettate sulla facciata di un edificio, vicino a porte e finestre, in maniera tale da incoraggiare i passanti a immaginare i discorsi che potrebbero provenire dall’interno del palazzo stesso. In precedenza, l’autore/artista distribuisce, nei pressi dell’area in cui verrà visualizzata l’istallazione, dei volantini con su scritto un numero di cellulare e alcune semplici istruzioni; sono quindi le persone che passano a generare attraverso sms i dialoghi immaginari provenienti dagli edifici, da spettatori e autori insieme, interpretano una performance dagli esiti sempre diversi.

E’ nelle intenzioni dell’autore far pensare a forme del rapporto tra pubblico e privato (la facciata come filtro tra l’abitazione e la città) e a cosa avverrebbe se venissero resi evidenti all’esterno i pensieri e i discorsi che si celano nell’interno di ambiti privati.
Paul Notzold dichiara di essere interessato a realizzare le sue performance ovunque gli venga chiesto, di non avere soldi, ma di essere un eccellente ospite…fate un po’  voi!

7 punti contro Gehry

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Jonatham Lethem, autore della "Fortezza della Solitudine", opera letteraria in cui la fiction abbraccia le vicende storiche legate al drammatico sconvolgimento sociale e demografico del quartiere di Brooklyn, a New York, (vedi alla voce: Gentrification), ha scritto di recente una lettera pubblica sul giornale online Slate a Frank "Bilbao" Gehry, accusando l’architetto di aver realizzato - per quanto ancora sulla carta - un piano fuori-scala, fuori-sede, fuori-di-testa di ben 16 (!) torri, in grado di stravolgere la qualità della vita nel quartiere newyorkese, - vale a dire quella che ancora fragilmente permane -.

Lungi dal voler perpetuare una trita polemica, riciclante tratti stereotipati e retorici già in precedenza giunti alle orecchie del profeta dell’architettura contemporanea, la lettera si indirizza presto verso una dura argomentazione in sette punti ben circostanziati, corrispondenti ad altrettante domande non ancora soddisfatte dalle risposte del destinatario.

Per la lettura completa dell’affascinante J’accuse, premessa di una prolungata azione sul campo, rimando a Slate. Qui mi limiterò a evidenziarne i tratti salienti, dando un assaggio di come si scrive un moderno pamphlet:

PREMESSA: "Your presence is intended to appease cultural tastemakers who might otherwise, correctly, recognize this atrocious plan for what it is, just as the notion of a basketball arena itself is a Trojan horse for the real plan: building a skyline suitable to some Sunbelt boomtown. I’ve been struggling to understand how someone of your sensibilities can have drifted into such an unfortunate alliance, with such potentially disastrous results. And so, I’d like to address you as one artist to another. Really, as one citizen to another. Here are some things I’d hope you’ll consider before this project advances any further."

1. FUORI SCALA"Guess what? It’s a huge mistake—emphasis on the huge."

2. DISONESTA’  DEI PROMOTORI RISPETTO AI CITTADINI: "Let me begin with the now-legendary brochure that Brooklynites found in their mailboxes two months ago; evidence of bad faith couldn’t be more vivid."

3. REPUTAZIONE PESSIMA DELL’ARCHITETTO-PARTNER
: (già realizzatore a Brooklyn): "After all, it’s these dim, soul-crushing buildings that created such distrust in Brooklynites in the first place."

4. UNA POLITICA SENZA VINCITORI NE’ VINTI: "We’re simply dead-set against the present calamity-in-progress to which you’ve mortgaged your credibility."

5. 100% PRIVATO, 0% PUBBLICO: "In fact, in the present scheme, publicly owned resources—i.e., the demapped streets and an active rail yard—are here being converted into private property: commonwealth in reverse."

6. DISPREZZO PER IL CONTESTO: "Your proposal would both dwarf and block sight of the (Saving Banks) tower, the rough equivalent of erecting a new World Trade Center within a block or two of the Chrysler Building."

7. EGO TRIP: "When unveiling the latest, you explained the appearance of the spearhead tower, which you’ve named "Miss Brooklyn" (spurring the inevitable quip, We’ll miss it, all right). (…) Anyway, is Miss Brooklyn really good enough—as opposed to merely big enough—to be your ego trip? To my unschooled eye, these buildings have emerged pre-botched by compromise, swollen with expediency and profit-seeking."

CONCLUSIONE: "At a public seminar sponsored by the New York Times this January, you found yourself faced by surprise questions from an audience including Brooklynites who, denied any proper public venue by the Ratner process, wanted to know how you felt about resistance to the project. The tone of your remark that day suggests you were weighing the question honestly: "If I think it got out of whack with my own principles, I’d walk away." I can only hope that what was once perhaps just a seed has grown. For I’m positive that is exactly what you should do, Mr. Gehry. Walk away."

Via: Urban Cartography

you are monitored

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Vigilance 1.0, opera dell’artista Martin Le Chevallier, è un videogame sul tema della video-sorveglianza in cui il giocatore agisce di fronte a una serie di schermate: i contesti visualizzati sono scenari in cui di continuo vengono commessi reati.

L’ossessione per la sicurezza che porta la popolazione a essere sorvegliata attraverso telecamere in qualsiasi luogo, è un tema con il quale gli artisti contemporanei si sono confrontati ormai da tempo: da Bruce Nauman  ("Video Surveillance Piece" Public Room, Private Room, 1969 – 1970) a Dan Graham ( "Time Delay Room I", 1974), a Sophie Calle ("Unfinished" 2003) per citarne alcuni.

Rendere questo tema il motivo di un videogioco fa sì che il coinvolgimento nell’opera da parte dello spettatore (trasformato in utente) sia molto intenso. Per aumentare il punteggio bisogna infatti vigilare su tutti i crimini visualizzati negli schermi e segnalarli, divenendo così "complici" della società "iper-controllata" che l’artista stesso, attraverso il gioco, programmaticamente denuncia. 

download Vigilance 1.0 PC,
download Vigilance 1.0 Mac

vedi anche: ctrl[space] : Rhetorics of Surveillance - esposizione allo ZKM di Karlruhe (2001-2002)

via: VVORK

here comes the wooster

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Il termine street art, in particolar modo per i non addetti ai lavori, può riferirsi a qualsiasi forma di arte "illegale" realizzata in spazi pubblici. Sempre più spesso, tuttavia, con questa espressione si vogliono distinguere vere e proprie opere di design artistico, dai graffiti ormai tradizionalmente visibili sui muri delle stazioni metropolitane, oltre che dall’accusa frequente di avere natura di atti vandalici.

Pingmag.jp ha pubblicato sul web una recente intervista ai Wooster Collective, due newyorkesi che da anni documentano online i migliori lavori effimeri apparsi nelle strade del mondo, registrando circa 100.000 visite al giorno.
Il discorso è centrato inzialmente su artisti e opere preferiti: da David Choe con il suo "A day in the life", passando per gli inumani stencil cutting demo di Logan Hicks, fino a vere e propre sculture di strada come quelle di Mark Jenkins:


  (clicca sopra le immagini per vedere come sono realizzate)

… per poi affrontare argomenti generali sulla street art, dalla sua possibile definizione ai limiti che comporta un’esposizione così massiccia.

"Do you worry that street art will lose relevancy through mass exposure?

Yes, and no. It will lose some of it’s power, but people will constantly be hitting the streets doing new things. It will morph into something new. And this is exciting"

Naturalmente su Wooster Collective compare anche il nostro Sten, che gli amici romani avranno imparato ad apprezzare per i suoi lavori lungo le vie di San Lorenzo e di altri quartieri della capitale.
E altrettando imprescindibile è il lavoro di Bansky, tanto celebre da produrre un aumento dei prezzi delle case nel quartiere di Londra in cui opera.

Qui: due fra i suoi ultimi lavori, sul (vergognoso) muro che separa Israele dalla Palestina:

(not so) greyworld!

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Nello spiazzo di fronte al Junction Theatre di Cambridge ci sono cinque secchi per la spazzatura e quattro panchine; fin qui niente da notare, un arredo urbano comune per uno spazio pubblico di piccole dimensioni. Forse fa una differenza pensare che ognuna di queste panchine e ogni cestino possa "decidere" di fare qualcosa di inaspettato. Ad esempio una seduta può spostarsi sotto un albero in attesa di qualcuno che la occupi, i cestini raggiungere insieme il luogo dove vengono svuotati e mettersi improvvisamente a cantare.

Greyworld, gli autori di questa installazione, giocano da anni sulle possibilità di "attivare" spazi pubblici inanimati spingendo i passanti a soffermarsi su luoghi inosservati della città; per farlo, si servono di tecnologie che rendono dinamici elementi normalmente immobili: gli spazi di passaggio divengono luoghi di accadimento (ad esempio la fermata dell’autobus nella quale una voce femminile canta citando i colori dei vestiti di chi aspetta ), oppure i passanti vengono coinvolti direttamente nell’arredo degli spazi che attraversano (in Street dots, alcune telecamere riprendono le persone e ne riproducono le silhouettes su schermi) .
Questo gruppo di artisti dimostra da tempo che gli spazi urbani possono essere divertenti, interessanti e aperti ad una continua interazione, e non lo scontato scenario di monumenti più o meno retorici.

The benches love to be sat on, and they often take up position in new spaces to make themselves more attractive to potential human sitters. Sometimes, when it rains, they move themselves to drier, shadier areas of the square. To attract potential human sitting folk, they like to form patterns - the benches moving in to shapes in the centre of the piazza.

The bins are a little more solitary. It’s a tough life being a bin, and they like to contemplate their humble lot on their own.

When the mood takes them, the surniture like to burst in to song. Sometimes, small clusters gather together and sing a tight six-part harmony, and occasionally, though much more rarely due to their shyness, the bins join in with their sweet soprano voices.

Each bench drifts slowly around the square, no faster than a strolling human, and is equipped with sensors that detect the presence of objects in its immediate vicinity, coming to a complete halt when any object is coming close.

Via We-Make-Money-Not-Art

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