Goldrake: una vita agra.

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“Stavo scrivendo un libro sul pilota di Goldrake che si scola cinquanta Peroni al giorno, che subisce mobbing sul lavoro e che fa il colloquio da Jeeg, ma lì c’è tutto un altro stile aziendale.”

Actarus - La vera storia di un pilota di robot
Claudio Morici

Ryoji Ikeda - Datamatics v2.0 @ Centre Pompidou

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Lunedì 29 ottobre abbiamo assistito alla performance Datamatics v2.0 di Ryoji Ikeda.

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Ryoji Ikeda chi? Dj, artista del suono, innovatore nel campo della musica elettronica contemporanea, visual artist. Album : +/- (1996), O’C (1998), Matrix (2001). Ha prodotto installazioni e performance al Centre Pompidou a Parigi, al Millennium Dome e all’Icc di Tokyo. Collaborazioni con musicisti (Ryuichi Sakamoto), coreografi (William Forsythe), fotografi e anche con l’architetto giapponese Toyo Ito (mostra Vision and Reality in Danimarca, 2000).

Datamatics?
Si tratta di una performance audio-visiva intesa a rappresentare e descrivere il sostrato invisibile (del flusso) di dati che permea il nostro mondo.
Il tentativo di materializzare le relazioni tra il dato del suono e il suono dei dati si risolve in un linguaggio proprio di linee, punti, traiettorie che descrivono scenari bi- e tridimensionali, mentre la sala si riempe di suoni puri, onde sinuisoidali e rumore. Da sequenze di pattern 2d derivate dallo studio degli errori di hard disk e del comportamento del codice dei software, si passa ai paesaggi tridimensionali di universi in continua rotazione, fino all’introduzione di ulteriori dimensioni al termine della prima metà.
La seconda parte dell’opera deriva da una rielaborazione metatestuale della prima: la decostruzione degli elementi essenziali (suono, dati e codice sorgente) crea una nuova sequenza che è ulteriore astrazione del lavoro originale.

Strati sovrapposti di suono e immagine (inscindibili) conducono spesso al limite fisico dell’ascolto, con la conseguenza che la freddezza iniziale della pièce si converte presto in un’esperienza fisica drammatica.

What a bunch of sushis…

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Via: Larvotto.com

Oriente estremo

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Il giapponese Sou Fujimoto spiega la sua architettura a partire dall’idea di "artefatto naturale", una struttura progettata dall’uomo che segue regole di crescita vicine a quelle degli elementi naturali. Un esempio è una casa utopica, la N-House nella quale scompaiono il pavimento e il soffitto, mentre quelli che sono i gradini delle scale tradizionali si espandono fino a diventare gli stessi livelli dell’abitazione; piani, sedute, tavoli, pareti, allo stesso tempo, senza una gerarchia precisa, solo una crescita continua.

In una conferenza a Roma l’architetto parla della propria ricerca e produzione come se portasse avanti un lungo racconto, saltando da immagini poetiche a considerazioni sulle logiche derivate da campi differenti, dall’arte alla musica (la sua è una composizione musicale privata del pentagramma) e in cui la realtà del costruito si confonde di continuo con ricerche spaziali e compositive portate all’estremo come nella N-House.

Il discorso portato avanti da Sou Fujimoto fa pensare, tra l’altro, ad un’evoluzione contemporanea della casa tradizionale giapponese, senza oggetti, cornice neutra nella quale le stanze assumono un significato preciso solo nel momento in cui vengono "attivate" dalla presenza umana. A quest’ultima il ruolo di trasformare un ambiente per mangiare in uno per dormire o ancora per ricevere gli ospiti; nei progetti di Fujimoto (vedi anche la T House) è lo stesso concetto di stanza o di ambiente ad essere totalmente messo in discussione.

What goes around, comes around

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Non sono un amante della Coca Cola, tanto meno dei suoi orsi bianchi tenerelli, ma questo spot diretto dalla giapponese Nagi Noda, con tanto di Jack White alla colonna sonora, è semplicemente eccezionale.

Game boys for play girls

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Onestamente l’intervista a Barbara ‘Babsi’ Lippe mi lascia più dubbi aperti che risposte.
La novella PhD, fresca indagatrice dei rapporti tra videogioco e cultura femminile nella propria tesi di dottorato, risponde a un variegato spettro di domande nell’ultima intervista di Pingmag. 

Come si può distinguere tra videogiochi tipicamente occidentali e tipicamente giapponesi? Quale grado di dignità hanno acquisito i videogame nella nostra produzione culturale e in quella asiatica, implicando già nella domanda un’analisi dello sfondo sociale inerente? E poi: Si può parlare di videogame di genere? In quali tratti si distingue un prodotto destinato ad un mercato prevalentemente femminile?

"It might be the emphasis on storyline in many Japanese games, the more artistic grade of graphical abstraction, the lack of repetitive violence - girls are not against violence, but against pointless repetition and boredom - and the existence of strong female characters that make many Japanese games more appealing than the American mainstream".

Why do you think that the Japanese cuteness gets accepted in the West, where being cute can sometimes be an “insult” for a woman?


“Cutesy” girl imagery with lots of pink is the norm in Japan


Because it is exotic. Because Japan is cool at the moment. (…). However, many Westerners equal cuteness with kitsch and childishness. I think because the Western culture is a reading culture based on an abstract alphabet and not graphemes like Japanese kanji any information that is drawn instead of written is seen as inferior. So there is almost no character business for adults in the West, and there is rarely a mascot used instead of a logotype.

Mi chiedo retoricamente se si possano davvero liquidare tutti questi argomenti in un’intervista di una paginetta scarsa, e mi rispondo che no: occorrerebbe una lettura più approfondita del libro in uscita, tratto dal denso dottorato che pare arrivi a pesare mille e più pagine. Ovviamente solo per (social) geek intenditori.

Pikapika: presto sulle nostre spiagge

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Questo è ciò che si può realizzare con una videocamera, una luce e un’eccezionale scioltezza nei movimenti. E pensare che i giocolieri col fuoco da lungomare mi sembravano inarrivabili. Qui

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grazie alla Correttrice di Bozze Personalizzata mi sono imbattuto nel sito della rivista giapponese Pingmag, che come tutto ciò che ha a che fare con il Giappone ha quel qualcosa di giapponese che c’è solo in Giappone. O meglio: nell’immagine mentale che i non giapponesi hanno del Giappone. Sarà quel misto di colori barocco-pop, sarà quel sadismo latente memore delle peggiori puntate di "Mai dire Banzai", ma temo che la dog-fashion giapponese arriverà anche da noi e io stesso un giorno sarò tentato di comprarmi un cane solo per vestirlo così. Altroché.

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