A building is architecture is media

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Il problema della mediatizzazione dell’architettura. Leggo recentemente, citata da Things Magazine, un’interessante interpretazione del rapporto tra edificio, architettura e (ciò che l’autore definisce): st.architettura (architettura prodotta da starchitects).

Riassunto in poche righe: dalla constatazione che la definizione pevsneriana di architettura (“A bicycle shed is a building; Lincoln Cathedral is a piece of architecture.”) risulta oggi insufficiente, l’autore del post deriva una definizione personale ma “oggettiva” di architettura, ovvero “L’architettura è tutto ciò che gli architetti - o meglio: il mondo dell’architettura - definisce tale“.
La frase, perfettamente circolare e autoreferenziale, sottintende la necessità della mediatizzazione dell’opera costruita perché questa possa assurgere al rango di architettura. L’architetto crea edifici, non crea architettura. La condizione per la quale un edificio diventa architettura, spiega ancora l’autore, è la sua consacrazione tramite pubblicazione.

Un ulteriore strato, oltre l’edificio e l’architettura è quello della st.architecture, vale a dire, ripeto, architettura prodotta da star architects: puro prodotto mediatico, o contenuto esclusivamente nei media, la st.architettura diventa architettura solo nel momento in cui viene costruita.

Riprendendo lo schema dell’autore:

st.architettura→[costruzione]→architettura←[mediatizzazione]←edificio

ossia:
edificio = architettura non mediatizzata; architettura = edificio mediatizzato, o st.architettura costruita; st.architettura = puro media.

La conseguenza di tale sistema è che l’architettura vive esclusivamente come prodotto tra costruzione e media, e non può esistere indipentemente da ognuno dei due estremi.

Ciò mi ricorda profondamente il discorso della storica Beatriz Colomina (autrice di Privacy and Publicity, anche: 2), per la quale “critica”, “immaginario” e “scrittura” sono anch’essi architettura, in quanto la caratteristica definitiva dell’arch. è l’interpretazione. Dove la critica convenzionale ritrae l’arch. moderna come una pratica artistica opposta alla cultura di massa, Colomina vede nei mass media il luogo in cui essa è stata (ed è) realmente prodotta. Ne consegue che l’edificio costruito non è altro che un medium di rappresentazione al pari di disegni tecnici, modelli, schizzi, fotografie, libri, film e pubblicità.

Piuttosto distante è l’opinione del Prof. Giorgio Ciucci (Storico dell’architettura fascista, autore di “Gli architetti e il fascismo“, Einaudi 1989). Ricordo che durante le lezioni era solito descrivere una cosidetta “pornografia dell’architettura” come il parallelismo tra la rappresentazione pornografica propriamente detta e la rappresentazione fotografica dell’architettura (tipica di riviste come Casabella), entrambe tendenti alla deumanizzazione, alla ricerca ossessiva del dettaglio anatomico, alla cancellazione di reperti emozionali e ad un’inevitabile desemantizzazione dell’atto o dell’oggetto illustrato.

facoltà di giornalismo pamplona
(Facoltà di giornalismo a Pamplona, immagine Via: architettare.it)

Se Ciucci punta il dito contro l’illusione anti-pedagogica di poter sostituire l’esperienza fisica dell’architettura con un’immagine spersonalizzante, ancora diverso è il caso dei rendering, ovvero delle immagini totalmente prodotte al computer, comunemente realizzate dagli studi in sede di concorsi o nelle riviste specializzate, per descrivere progetti irreali/zzati.

Riprendo interamente Things Magazine: “Today, the role of modern architecture seems to begin and end with a statement of intent, in this case a terrifyingly literal imposition of science fiction values into the real world. Increasingly, whenever renders are used to whip up a social, cultural or political idyll, detail is subsumed beneath a rosy glow of reflected sunlight on shimmering water and glassy facades, more an indication of advanced rendering techniques than architectural innovation. The easiest way to modulate this light is to focus on experimental, ‘innovative’ forms. Gulf (DUBAI) architecture, with its hard sunlight, flat landscape, seaside plots and apparently insatiable desire novelty, is a renderer’s paradise. It is not, as yet, a truly real place.

future dubai
(La Dubai del futuro. Immagine Via: Designboom.com)

Preciso: non vorrei apparire ingenuo quando descrivo fotografia e rendering. E’ cosa nota, dal Pantheon di Piranesi a Shangai di Andreas Gursky, che rappresentazione è interpretazione: non esiste un’immagine oggettiva, come non esiste una scrittura oggettiva.
Non sto discutendo di realismo o di mancanza di realismo in un’immagine, ma dell’oggetto di tale immagine, del suo contenuto e del suo valore nel sistema mediatico di cui l’immagine fa parte.

Mi rendo conto di aver a mala pena grattato la superficie di un iceberg. Mi piacerebbe discutere e portare avanti il discorso anche da punti di vista pluridisciplinari (arte, musica, disegno, design, cinema), se ne avete voglia.

Questo sarà un post da zero commenti; altroché: sicuro come la morte :)

Il fantasma della libertà

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L’architetto Peter Cook è stato di recente intitolato “Sir”. Cook è stato membro fondatore di Archigram, l’irriverente collettivo degli anni ‘60 che, attraverso progetti utopici, è riuscito a rivoluzionare il linguaggio architettonico aprendolo alla cultura pop, al consumismo, alla tecnologia; introducendo nuovi modelli di città (Plug-in city), talvolta semoventi (The Walking City); uccidendo infine il movimento moderno, già da tempo cristallizzato in un’ortodossia. Al settantenne progettista della Kunsthaus a Graz, è stato riconosciuto l’incomparabile “servizio per l’architettura”, tanto da renderlo esempio di “speranza per i giovani”.

archigram walking city
archigram sketches
kunsthaus graz

L’evento mi ha spontaneamente ricordato uno dei film meno noti di Luis Bunuel, ovvero “Il fantasma della libertà“. Concepito ad episodi concatenati secondo una logica casuale, l’opera ricorda Archigram per il comune gusto per lo sberleffo, lo spiazzamento, la decostruzione del discorso, per il sovvertimento di codici, convenzioni e rituali. Una scena centrale è quella dell’invito in casa di amici, dove l’atto sociale consiste nella defecazione collettiva, mentre il pranzo viene consumato rapidamente in uno stanzino appartato.

fantasma della libertà

Più avanti nel film, l’attenzione si sposta su un poeta che spara ai passanti, uccidendone una decina. Durante il processo, l’assassino viene condannato a morte all’unanimità, ma immediatamente dopo la lettura della sentenza viene liberato, salutato dai gendarmi e acclamato come eroe dalla folla all’uscita dal tribunale. La metafora è evidente: si tratta di una riflessione amara e autobiografica sull’inutilità dell’artista, il quale, dopo aver sovvertito codici e distrutto linguaggi, viene fagocitato dall’industria dello spettacolo nell’atto stesso della consacrazione. (Nella fattispecie Bunuel aveva appena ricevuto l’Oscar per il “Fascino discreto della borghesia”).

Ho l’impressione che nel 2007 anche Peter Cook sia stato finalmente fagocitato, e pertanto decretato inutile.

Venti anni fa, signora mia!

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Due video tratti dalla trasmissione BBC Micro Live (1985 e 1987).

Nel primo: digital music con il Sinclair ZX-Spectrum e il Commodore 64; con un’introduzione del protocollo Midi, appena inventato (!).

Nell’altro: primi passi (da gigante) della CGI. Con un’intervista a Martin Lambie-Nairn e il making-of dello storico video Luxo Jr. della Pixar / John Lasseter.

Potrei commentare l’ottima interfaccia del software Commodore, la relativa facilità di programmazione della drum machine del Sinclair, oppura la perfetta distribuzione dei pesi nel clip del movimento dell’avatar, ma lascio a voi giudicare. E pensare che io morivo per Space Invaders.

Notevole anche l’evoluzione della capigliatura della presentatrice.

Guardate anche gli altri video correlati a BBC Micro Live.

Via: Everyone Forever (today’s reference!)

Ryoji Ikeda - Datamatics v2.0 @ Centre Pompidou

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Lunedì 29 ottobre abbiamo assistito alla performance Datamatics v2.0 di Ryoji Ikeda.

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Ryoji Ikeda chi? Dj, artista del suono, innovatore nel campo della musica elettronica contemporanea, visual artist. Album : +/- (1996), O’C (1998), Matrix (2001). Ha prodotto installazioni e performance al Centre Pompidou a Parigi, al Millennium Dome e all’Icc di Tokyo. Collaborazioni con musicisti (Ryuichi Sakamoto), coreografi (William Forsythe), fotografi e anche con l’architetto giapponese Toyo Ito (mostra Vision and Reality in Danimarca, 2000).

Datamatics?
Si tratta di una performance audio-visiva intesa a rappresentare e descrivere il sostrato invisibile (del flusso) di dati che permea il nostro mondo.
Il tentativo di materializzare le relazioni tra il dato del suono e il suono dei dati si risolve in un linguaggio proprio di linee, punti, traiettorie che descrivono scenari bi- e tridimensionali, mentre la sala si riempe di suoni puri, onde sinuisoidali e rumore. Da sequenze di pattern 2d derivate dallo studio degli errori di hard disk e del comportamento del codice dei software, si passa ai paesaggi tridimensionali di universi in continua rotazione, fino all’introduzione di ulteriori dimensioni al termine della prima metà.
La seconda parte dell’opera deriva da una rielaborazione metatestuale della prima: la decostruzione degli elementi essenziali (suono, dati e codice sorgente) crea una nuova sequenza che è ulteriore astrazione del lavoro originale.

Strati sovrapposti di suono e immagine (inscindibili) conducono spesso al limite fisico dell’ascolto, con la conseguenza che la freddezza iniziale della pièce si converte presto in un’esperienza fisica drammatica.

Azione e Reazione (nucleare)

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Il video promozionale per l’agenzia nucleare Areva (realizzato da H5, quelli dietro a: Röyksopp “Remind Me”, Alex Gopher “the Child” e Citroën C4), e, di seguito, la sua parodia -amara- .


Mark Luthringer
Ridgemont Typologies

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1) Ridgemont non è una città reale. Meglio: Ridgemont è tutte le città reali. E’ ripetizione, eccesso, ridondanza. “Ridgemont is about our desire for a mythic lifestyle, one industry’s attempt to fulfill that desire, and what the results look like to a passerby“. Un delirio suburbano che rifugge l’immaginario obliquo à la Lynch per esprimere la propria impraticabilità attraverso tutti i parametri del reale.
Ridgemont è l’oggetto della ricerca tipologica di Mark Luthringer, fotografo.

officeparks Luthringer

2) Dove Bernd & Hilla Becher guarda(va)no al paesaggio industriale della nativa Germania, e i naturalisti ottocenteschi si concentravano sulla catalogazione ossessiva dell’universo biologico conosciuto, Luthringer guarda al paesaggio suburbano dissezionandolo nelle singole categorie rappresentative: automobili, edifici, cellulari. Forme e Dimensioni, in tale ordinamento tipologico, non forniscono una differenziazione quantitativa, ma esprimono la caratteristica dominante delle cose: “(…) extra large trucks and SUV’s. (:) Designed for maximum intimidation, these are the perfect vehicles for an angry, insecure nation.(…) They are so extreme, and so defiant in the face of any sense of restraint that they seem a form of denial transformed from something passive into something active, like their size is some kind of end in itself“.

aggressivestyling Luthringer

3) L’atto creativo del fotografo/artista è nel collezionare e nel raggruppare le fotografie, non più nel vedere o creare.
Il consumismo esercita la propria azione coattiva imponendo l’assimiliazione del caos e della varietà di marche, prezzi, stile, nazionalità dei prodotti in cui siamo immersi. Attraverso la semplificazione, il confronto, la categorizzazione e il raggruppamento, ordiniamo mentalmente - digerendoli - i singoli elementi dell’abbondanza in cui siamo immersi, con la stessa naturalezza con cui respiriamo ossigeno.
Con i propri lavori, Luthringer denuncia in superficie tale processo endogeno.

teamcolors Luthringer

4) L’autore ritiene che la fotografia abbia un rapporto privilegiato con il soggetto e con la realtà che lo sottende. Data l’intima relazione di spazio e tempo tra camera e soggetto e la concezione della fotografia come registrazione delle interazioni tra i due, le immagini non possono trasmettere tanto una somiglianza attendibile con il soggetto, piuttosto l’idea di esso, “or, as the pointing finger pictures of John Baldessari try to show us, the instruction to think about it“.

cellphones Luthringer

5) La tecnologia digitale rivela la fotografia per ciò che - in realtà - è sempre stata: un veicolo immateriale di informazione. Sciolto il vincolo superfluo dello sviluppo chimico del negativo, essa raggiunge infine il proprio destino naturale.

Nostalgie analogico/digitali.

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Gli oggetti si stanno smaterializzando. Sostituiti da bit di jpg da sfogliare, dalle finestre di testo ridimensionabile, documenti, libri, dischi, (…) hanno da tempo oltrepassato la soglia di una completa ricontestualizzazione digitale. Alcune note di fondo a tale processo irreversibile.

Il primo decennio di Internet ha facilitato un periodo di intensa introspezione culturale. La relativa illimitatezza nelle possibilità di accesso e (ri)produzione di dati, (determinata da una sostanziale assenza di delimitazioni di spazio e tempo), ha progressivamente nutrito un brodo primordiale di informazione e di cultura visuale; un trattamento Ludovico a cui la massa si sottopone costantemente.

Il passato, il presente e il futuro convivono galleggiando nelle acque poco profonde dell’oceano; e con essi una nuova forma di nostalgia digitale, la cui influenza travalica i limiti del mezzo fisico.

La cultura pop, in t u t t e l e f o r m e, rimescolandosi produce revival ciclici delle sue evoluzioni. Se si ipotizza che il tempo relativo tra un revival e l’altro dimezza ogni tot mesi, viene facile (e non senza ironia), associare tale orologio ad una sorta di legge di Moore invertita.

Il risultato della progressiva digitalizzazione di contenuti digitali è, senza alcun paradosso, la costante tendenza del mondo digitale a mostrarsi analogico. Il più recente design di GUI (Graphic User Interfaces), materializza, tramite animazioni, una cosmogonia di oggetti tridimensionali da sfogliare, spostare, ingrandire. Dietro una “facilità” di utilizzo (Interface for Dummies), si celano sofisticati hardware/software che riproducono verosimilmente il comportamento fisico degli oggetti reali.

Parallelamente, il cambio semantico del termine “tecnologia”: Usman Haque, afferma, (*) che se un tempo questa significava la descrizione dei sistemi, o “studio della creazione”, oggi crediamo che il termine risieda direttamente negli oggetti. Tale concezione meccanicista della tecnologia non fa che nutrire un feticismo per l’”oggetto tecnologico“. “You would never grab a frog and show it to people saying “this is wonderful biology!” or “Look at this biology!“.

All’oggetto digitale che mira ad un’estetica analogica di visualizzazione e gestione dei dati, corrisponde, senza frizione, un feticismo, - generato e guidato da internet -, per ciò che è naturalmente analogico: dal vinile, alla stampa pre-digitale, all’artigianato.

Ciò che è per sua natura privo di corporeità, recupera tale dimensione in un mondo simulato che amiamo amare. Un mondo che imita la profondità, ma riduce il tutto ad un unico livello di dati immateriali. Un’ingannevole immersione in una cultura globale monodimensionale.

(*: nel suo intervento titolato “I hate technology“, durante il ciclo di conferenze: “We love technology“) .

Non-objects

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Toccare l’aria per attivare funzioni. Credete che questo Tarati, uno degli esempi di non-object, presentati sul sito del libro omonimo, sia un’alternativa o un superamento delle tecnologie touchscreen, oggi finalmente approdate al lido consumer? O lo ritenete piuttosto un divertissement “cool” dallo scarso contenuto teorico? Personalmente non sono ancora riuscito a trovare una risposta definitiva.

tarati
tarati

Gli altri non-object non mi sembrano altrettanto interessanti. Vediamo di capirne di più.
Si tratta di esperimenti di immaginazione sul tema dell’oggetto di consumo. Design Fiction, lo chiamano loro, ovvero un tentativo di stimolare la riflessione su cosa sia un oggetto, perché siamo indotti a desiderarlo, perché storicamente descriviamo la “funzionalità” sempre in termini letterali, e infine, cosa sia la bellezza.

Tali speculazioni teoriche, seppure interessanti, non sono certo nuove, basti pensare che anche in campo architettonico (o meglio: soprattutto in quest’ultimo, visto che la realizzazione è il termine ultimo di un processo lungo, condiviso e costoso), sono numerosi gli esempi di edifici teorici, “non-edifici”, concetti planari, formali o tridimensionali puramente astratti, deliberatamente denudati delle “costrizioni” tecniche. Di architetture concettuali e architetti radicali ne abbiamo parlato anche in Socks, ma ricordiamo, tanto per citare qualche nome noto: Archigram, Cedric Price, gli italiani Superstudio e Archizoom, … Piranesi! …

La provocazione dei non-object, se così la intendiamo, risulta perciò tardiva. Rimangono gli oggetti, o meglio, visto che non ne è prevista la realizzazione, rimangono le idee e la loro formalizzazione.
Lo stile (e non, attenzione: il design), degli esempi in anteprima, appare comunque fatalmente ancorato alle direttive Apple: bordini smussati, toni prevalenti: gradiente di bianco-grigio-nero, font rigorosamente sans serif, purezza totale.
Caratteristiche che, di fatto, sfavoriscono la riflessione sui contenuti, per indirizzare il giudizio su un preponderante piano estetico.

Tra etica e innovazione
(di Kamal Kumlien).

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Nota: Con molta disinvoltura, nel post precedente, abbiamo chiesto a qualcuno di inviarci un commento all’incontro tra Richard Stallman e Bruce Perens avvenuto durante il Festival dell’Innovazione a Roma. E con altrettanta disinvoltura quel qualcuno ci risponde con un resoconto che non poteva rimanere confinato fra i commenti: Grazie mille Kamal :)

Beh, visto che me lo chiedi con tanta amabile disinvoltura…
E’ stato bellissimo. Oltre che mooolto interessante è stato anche divertente. I due si sono presi costantemente e simpaticamente in giro. E’ stato bello notare come la loro differenza di impostazione rispetto al mondo FLOSS (Free/Libre Open Source Software: http://it.wikipedia.org/wiki/Floss) non gli abbia impedito di fare una conferenza insieme con gli stessi obiettivi (dubito che Richard e Linus avrebbero potuto farla con la stessa tranquillità, certo che però sarebbe uno spasso).

Si deve ricordare che giustamente a Richard sta molto a cuore la diversità tra free software e open source, ma qui per comodità userò il termine FLOSS per riassumere entrambe i concetti.
Bruce era senza voce per 3 giorni di conferenze, mentre Richard sembrava in ottima forma, infatti appena arrivato per mettersi comodo si è tolto le scarpe e ha chiesto di alzare l’aria condizionata… poi ha chiesto di fare più luce sul pubblico e meno sul palco.

Perens / Stallman Roma Hi!Tech Festival dell'Innovazione

Vado a memoria. Richard ha subito iniziato più o meno così (un po’ ce l’aspettavamo ma vederlo fare dal vivo è un’altra cosa): “Questo è il festival dell’innovazione e voi vi aspettate che vi parli di innovazione. Ma il software libero è soprattutto qualcosa che riguarda l’etica e le persone, che sono cose più importanti, e quindi vi parlerò di etica e di persone.” - fantastico. Vi lascio immaginare il seguito.
Bruce e Richard si sono alternati sugli argomenti e sulle domande del pubblico che è stato piuttosto attivo, anche se si è capito da quello che ha detto il professor Di Corinto (il moderatore e l’autore della foto in alto) che chi ha fatto domande erano i soliti conosciuti (a parte una mia piccola domandina), anche perchè li chiamava per nome…

Quando necessario hanno controbattuto in modo dettagliato i punti sui quali non erano d’accordo uno con l’altro, e non erano pochi. Il pubblico ha applaudito con la stessa passione entrambi.
Bruce ha mostrato alcune slide molto interessanti (che spero di trovare online prima o poi). La cosa che mi è rimasta più impressa (e che non mi immaginavo per niente) è che secondo alcuni suoi dati (non mi ricordo quale organizzazione governativa americana citasse) il 95% del software prodotto dall’industria è “non-differentiating” (d’ora in poi SND), che credo sia un concetto molto simile a http://en.wikipedia.org/wiki/Product_differentiation anche se quest’ultimo riguarda più il marketing di un prodotto che il prodotto stesso.
In sostanza questo vuol dire che quasi la totalità del software ha poco da difendere sul piano dell’invenzione e che quindi è destinato a diventare open e a diffondersi come software open. Un esempio a caso: la Microsoft (che vende a tutti e quindi produce _solo_ SND) dovrà quindi produrre software open source o chiudere l’attività. Nel primo caso ovviamente sarebbe molto ridimensionata.

Il mercato quindi sarà diviso tra il 5% che sarà prodotto come oggi (praticamente in-house o appaltato a qualcuno in modalità “protetta”), una parte non definita (ma in aumento rispetto ad oggi) di software personalizzato (customizzato è troppo brutto) basato sul FLOSS e il restante sul supporto e l’assistenza al prodotto (il che migliorerà sempre più i prodotti). Questo è quello che dice Bruce e quello che spero io. Dovrebbe essere solo una questione di tempo, ma bisogna vedere quanto tempo ci vorrà per “coprire” tutto l’SND e quanto tempo le istituzioni e la gente vorranno farsi del male.

Vorrei raccontarvi altre cose ma il breve resoconto è diventato lungo. Un’ultima cosa: mi sono fatto una foto con Richard! Spero che i ragazzi che si sono gentilmente prestati non abbiano perso la mia mail… vi aspetto!!!
Sembra un po’ infantile ma mi è sembrato impossibile incontrare un mito vivente come Richard e come Bruce. Che occhi visionari, ragazzi.

Hi!Tech
(I Fest. dell’Innovazione a Roma)

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Si conclude oggi la prima edizione del Festival dell’Innovazione a Roma, una quattro giorni di conferenze, dibattiti, proiezioni e mostre organizzata dalla Lait Spa e officiata all’interno e all’esterno dell’Ara Pacis. Per quanto frettolosamente, siamo riusciti ad avere un assaggio della manifestazione.
Purtroppo abbiamo perso - da irresponsabili - il duo Perens - Stallman (la trinità, insieme a Linus Torvalds, dell’open source): chiediamo venia, ma anche un breve resoconto alla ben più pragmatica figura del nostro amico Kamal. Sorvoliamo sulla seppur interessante chiacchierata tra Tommaso Pincio e Umberto Guidoni, uno dei pochi (due?) italiani a essere finito in orbita, e passiamo immediatamente alla mostra sui quindici anni del computer. Un allestimento che non va molto oltre l’interpretazione letterale del titolo (”C’era una volta il pc, un quarto di secolo di Personal Computer“), in quanto ci si è limitati a presentare qualche pezzo storico di hardware (ricordo ad esempio i vari Sinclair, il PC IBM, l’Apple ][, il Lisa e il Macintosh, oltre che i primi “portatili” da 15 Kg: ovvero, i classici del genere). Roba da feticisti, che nulla toglie e nulla aggiunge, vista la completa mancanza di approfondimento storico, culturale o economico, ovvero di un allestimento adeguato.

Ben più interessante l’intervista al matematico Piergiorgio Odifreddi, largamente concentrata sul suo ultimo lavoro “Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici). Estremamente spigliato e dotato di una vis polemica sempre all’altezza delle obiezioni, il prof. dimostra che la lettura personale dei testi sacri (dalla quale ispira una radicale confutazione fino all’ultima virgola) non è mai informata da un carattere ideologico, bensì da un’attenzione razionale per i problemi che le stesse pagine sollevano. Pagine, beninteso, che si pretendono ispirate da volontà divina.
Alleghiamo, poiché fa bene alla salute dello spirito (appunto!), un video (che trovate anche qui) in cui il nostro risponde con amabile sarcasmo alle critiche mosse da Augias, in una precedente puntata di Le storie:

Ancora distratti dalle note allegramente anticlericali di Odifreddi, ci rechiamo all’ultimo appuntamento del festival: la temutissima conferenza su SecondLife (”Come Alice nello specchio“). Ed esattamente come temevamo, l’incontro si rivela un campionario delle più trite banalità - stra-dette e stra-sentite - sul mondo online: le solite “provocazioni” su sesso & pornografia, sul consumismo sfrenato, sulla mancanza di fantasia, sul tasso di additività e condizionamento che SL produrrebbe. Dal piattume generale emergono tuttavia una serie di interessanti spunti da parte di Derrick De Kerckhove e di Alessandra Poggiani, direttrice di Lait. Del primo: la collocazione dei mondi online nel contesto ben più ampio dell’evoluzione della connettività (dal telegrafo in poi, tanto per chiarire), e l’apprezzamento per lo straordinario contenuto sociale e per la concretizzazione di una sorta di immaginario oggettivo; fenomeni che permettono a SL di compensare un’interfaccia tridimensionale ancora primitiva.
Di Alessandra Poggiani: la giustificazione di una scelta che oggi appare necessaria, per un moderna società di informatica: quella di aprirsi ad un’interazione col pubblico più complessa di quella permessa dal web, e le critiche (condivisibili) alla maggioranza delle comunità italiane di rimanere chiuse nel proprio folklore autoreferenziale.

Fatti salvi i due personaggi citati, il resto, per dire, è noia. Mentre Mario Gerosa, “l’Esperto Italiano di SecondLife”, dichiara ovvietà con un atteggiamento da saccentino risentito, cadendo pure in contraddizione, sul palco si alternano battutine e considerazioni su “falli” ed “emozioni virtuali” che non sfigurerebbero dalle parti della De Filippi. Vabbè.
Benché di per sé non c’entri nulla, ci pensa infine Neri Marcoré a buttarla sulla risata. Meno male.

Tutto sommato il primo festival ha offerto molti buoni propositi, qualche ottimo intervento: speriamo in un finale degno per l’anno prossimo.

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